Bdi: Cass Bliss Clemmer
Non avrei mai pensato che l’immagine di un paio di mutande normali macchiate, abbandonate senza cerimonie sul pavimento della mia stanza da adolescente, sarebbe rimasta impressa nella mia memoria per quasi un decennio. Nel campo della psicologia, quel tipo di immagine mentale viene definita “memoria flashbulb”: un’immagine vivida, anche se incompleta, che rimane nella mente come un’istantanea. Un po’ come il lampo accecante di una macchina fotografica che imprime in modo indelebile un ricordo nel cervello – una cicatrice, se vogliamo. Nel caso del mio primo ciclo mestruale, è stato un ricordo che avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Prima che mi venisse il ciclo, non avevo mai riflettuto sul significato del genere, né tantomeno sulla differenza tra i cosiddetti “ragazzi” e “ragazze”. Essendo la più piccola di due fratelli e la migliore amica di un gruppo di “solo ragazzi”, ricordo che all’età di 5 anni mi chiedevo quando mi sarebbe cresciuto il pene. Non capivo che ci fosse una differenza anatomica tra me e i miei fratelli, e non avrei mai potuto immaginare che quelle differenze arbitrarie sarebbero state ciò che la società avrebbe usato per cercare di incasellarmi in una categoria alla quale non appartenevo nel corso dei due decenni successivi.
All’epoca non conoscevo nemmeno il termine “genere”: non sapevo cosa fosse “transgender” né che esistessero altre opzioni oltre ad Adamo ed Eva, di cui mi avevano parlato alla scuola biblica. Tra le righe dei passi biblici, potete starne certi, non ci veniva mai fornita alcuna informazione sulla sessualità, sull’espressione di genere o sul sesso. Letteralmente, Dio non voglia che la mia comunità conservatrice ci permettesse anche solo di parlare delle mestruazioni.
Per quanto mi piacerebbe dare la colpa alla mia comunità e alle generazioni che ci hanno preceduto per i problemi del nostro passato e del nostro presente, penso che mia madre abbia cercato di prepararmi al meglio per la mia prima esperienza con le mestruazioni. Non è colpa sua se vivevamo, e viviamo tuttora, in un’epoca in cui parlare delle mestruazioni è un tabù talmente grande che la maggior parte delle adolescenti è lasciata a se stessa nel capire come affrontare questa fase di trasformazione nel proprio sviluppo. Le uniche lezioni che avevo imparato, dalla mia comunità, dalla cultura popolare, dalla religione e dalla pubblicità, riguardavano il messaggio ripetitivo secondo cui avere le mestruazioni fosse il biglietto d’oro per la “femminilità”.
Quel pensiero mi terrorizzava.
La “femminilità” mi sembrava un parco divertimenti pieno solo di giostre su cui mi sentivo terribilmente a disagio, e guardavo con disperazione tutti quelli che crescevano intorno a me. Volevo uscire dalla fila, strappare il mio “biglietto d’oro” e scappare il più lontano possibile da quei cancelli d’ingresso. Ero felice di essere quella che ero: libera di essere semplicemente Cass, una ragazzina androgina e avventurosa che cercava solo di trovare la felicità in un mondo che continuava a cercare di buttarmi giù. Volevo che le cose restassero così: non volevo diventare una “donna”.
Ma per quanto avessi supplicato e pregato le forze superiori e quelle che mi circondavano affinché non mi venisse mai il ciclo, ho scoperto che la vita non funziona proprio così.
Avevo quindici o sedici anni e guardavo quella macchia rosso-marrone che si allargava sulle mie mutandine: la firma del mio corpo su un accordo contrattuale che mi avrebbe tradita. Fissavo quel sangue e mi sembrava che qualcosa dentro di me fosse morto, che avessi perso per sempre quella libertà che un tempo avevo di essere esattamente chi sapevo di essere. Avere il ciclo significava che ora dovevo essere una “donna”, qualunque cosa ciò significasse, e imparare a comportarmi esattamente come la società mi imponeva. Rimasi lì seduta sul water, con la realtà che mi colpiva come uno schiaffo in pieno volto, sapendo che da quel momento non si poteva più tornare indietro. Del poco che sapevo sulle mestruazioni, ero ben consapevole che una volta che il ciclo arriva, non c’è modo di fermarlo. Rabbrividii al pensiero che Madre Natura sarebbe piombata su di me ogni mese per ricordarmi che la mia anatomia mi aveva socialmente esiliata in un mondo su cui non avevo voce in capitolo.
Ho pianto fino a non riuscire più a respirare.
È stato solo quando avevo circa 21 anni – più o meno 72 cicli dopo – che ho iniziato a capire che i confini che mi costringevano a esistere nel mondo come “donna” erano praticamente artificiali e che non avevano nulla a che fare con il mio ciclo mestruale. Un po’ come una cospirazione governativa, se volete, questi falsi confini erano stati costruiti e rafforzati dalla cultura occidentale, convincendo un’intera società che dobbiamo comportarci, vestirci, etichettarci ed esistere in generale secondo una serie di regole rigide semplicemente perché siamo nati con delle differenze anatomiche. Quella semplice presa di coscienza ha riportato in vita quella parte di me che pensavo fosse scomparsa per sempre. Ero di nuovo libera. Libera di essere esattamente chi sapevo di essere da oltre due decenni, a prescindere da ciò che la società aveva cercato di inculcarmi più e più volte. Non molto tempo dopo ho fatto coming out come persona non binaria e ho iniziato a vivere la mia vita libera dalle categorie che mi avevano limitata ben prima del giorno in cui ho avuto il mio primo ciclo mestruale.
Ma torniamo al presente: sono un’orgogliosa attivista trans e non binaria che trascorre praticamente ogni giorno della propria vita sfidando l’industria dei prodotti mestruali a ripensare il modo in cui costringiamo le persone che hanno il ciclo a rientrare nelle categorie di “femminilità” e “essere donna”. Il mondo continua a cercare di infilarmi in una scatola a cui non appartengo, ogni singolo giorno della mia vita, ma invece di crollare sotto la pressione di dover essere “normale”, ripenso a quell’immagine del paio di mutandine macchiate sul mio pavimento: quella bandiera insanguinata di resa in una guerra per la libertà della mia giovinezza. Quel ricordo riaccende una sensazione viscerale di perdita e di strazio, ma mi ripeto ancora una volta che mi rifiuto di passare anche solo un minuto in più della mia vita a rinunciare a vivere esattamente come sono, che abbia il ciclo o meno.